Il quotidiano sportivo Dieci, creato da EditorialeDieci, il primo settembre 2007 ha chiuso ufficialmente le pubblicazioni. Per i più, non conta un cazzo. Per chi ci ha lavorato, è tutto sommato una notizia.
Dieci era nato al pubblico lo scorso dieci marzo. Che piacesse o meno, era diverso per grafica e contenuti dagli altri quotidiani sportivi del paese. Il nostro editore risultava essere Alberto Donati, uomo famoso per essere quello che alla Fieg (Federazione italiana editori di giornali) osteggia il rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti da due anni. Il direttore era Ivan Zazzaroni, uomo tanto amato da alcuni quanto criticato da altri.
Il problema è che Donati si era alleato con tale Gian Gaetano Caso, uomo del quale, con una ricerca su Google e una paziente lettura di una voce in rumeno si imparano tantissime cose interessanti. (Gian Gaetano Caso era responsabil pentru sectorul "Romania" in cadrul
societatii "PINTO". Nascut la 25.02.1945 la
Piedimonte Matese, in Italia... (http://tinyurl.com/2hdsjv))
Zazzaroni nel febbraio 2007 seleziona una trentina abbondante di giornalisti, alcuni già assunti a pieno titolo da altre parti, altri come me esperti, ma costretti a un ruolo di perenni collaboratori precari dal mercato di lavoro (venivo da TRE ANNI in cococo nello stesso posto). I giovani lavorano con entusiasmo e producono un giornale che poteva piacere o non piacere, ma che grazie anche ad alcuni panini - uscite congiunte con altre testate - sembrava vendere. Il 5 aprile sarebbero dovuti entrare i primi stipendi, quelli che riguardavano il mese di marzo. Non sono arrivati perché, citando l'ultimo "L'Espresso" di agosto, è esplosa una "guerra tra i due azionisti al primo conticino da saldare, ribaltoni proprietari, presidenti di garanzia che non garantivano alcunché, telefoni staccati per morosità". L'eufemismo è eccellente dato che per chi l'ha vissuta, la storia sarebbe difficile da raccontare senza sconfinare negli insulti. Basti dire che chi ha lavorato lo ha fatto usando i suoi mezzi: almanacchi, telefoni cellulari, e ancora un po' e anche i computer.
A maggio cambia, ufficialmente, del tutto la proprietà. I Caso (il papino Gian Gaetano e il figlio Fabio) subentrano ai Donati che hanno firmato i contratti. La redazione spera ancora che ci siano chance e sotto la guida di Zazza va avanti stringendo i denti e, in molti casi, la cinghia: provare a vivere per più di due mesi a Milano senza poter pagare né mutuo né supermercato è un'esperienza da spiriti forti.
A giugno, di fronte all'ennesima pretesa di farli pazientare, e alla seconda presentazione di un "presunto" bonifico on-line effettuato, ma mai arrivato perché (provate a farne uno per capire) il conto in questione era scoperto, i giornalisti decidono uno sciopero. La prima volta l'editore (Fabio Caso) sale a raccontare la sua situazione di lite, o presunta tale, con l'altro socio che avrebbe usato diversamente dei soldi stanziati. Nulla cambia, Zazzaroni si dimette e il giorno stesso i ragazzi (alcuni, non tutti) ricevono lo stipendio di marzo. E' l'11 giugno: niente straordinari, niente cose in regola, una busta paga piena di errori e nessuna dimostrazione dei pagamenti all'ente pensionistico di categoria.
Le pubblicazioni riprendono con un direttore pro tempore e senza molti degli uomini chiave, dimessisi. Ma il 26 giugno, dopo il mancato (e promesso pagamento) del mese di aprile, di fronte al nuovo sciopero, l'editore licenzia tutti i suoi redattori "per giusta causa" di fronte "alla improvvisa e ingiustificata astensione dal lavoro". Astensione che, a detta loro, non è nemmeno autorizzata. Nella lettera di licenziamento non viene fatta menzione, naturalmente, delle motivazioni dei lavoratori. Anzi, prima ancora che il licenziamento scatti, esce un articolo su Milano Finanza che lo preannuncia: nel succitato articolo non si parla di stipendi, si riportano le parole di Fabio Caso, e si ipotizza che i redattori scioperino per qualche ragione misteriosa...
Scatta l'intervento duro dei sindacati, e l'editore promette il reintegro ai redattori, che si ritrovano il 9 luglio con un nuovo direttore, Enrico Guadalupi, a essere solo una decina: impossibile fare uscire un giornale, tanto più che i grafici, ingaggiati tramite un'agenzia iterinale, sono stati ritirati. La stessa agenzia, al pari degli altri fornitori, non è mai stata pagata.
In breve, il giornale non tornerà mai più ad uscire. L'editore prima obbliga tutti a un mese, quello di agosto, di ferie forzate, poi annuncia (sempre a mezzo stampa: attraverso L'Espresso) la liquidazione della società. Nel frattempo alcuni dei redattori hanno avuto la fortuna di vedere pagati i mesi di aprile e maggio (rigorosamente senza straordinari), alcuni altri hanno percepito solo aprile. Totale: sei mesi di contratto e lavoro con solo due, o tre pagati.
I Caso non sono nuovi a episodi del genere. E sono tacciati di non avere mai pagato neanche le cause perse...
Il problema non è stata la chiusura della testata, per cui i redattori hanno dato l'anima, ma la sua modalità. La causa dei dipendenti di Dieci andrà avanti, e si concluderà con una scontata vittoria, ma resta l'amarezza del fatto che a un editore con numerosi precedenti venga consentito di comportarsi così.
Sul web si rincorrono varie voci a proposito, con i tifosi delle varie squadre che esultano o si lamentano, a seconda della fede e dei presunti attacchi di Zazzaroni. Nelle altre testate sportive si gode per il fallimento dei colleghi. Restano trenta redattori ridotti alla fame, che non possono pagare bollette o mutui. Ragazzi che hanno lavorato con onestà e trattati in maniera a dir poco ignobile. Se avrete mai a che fare con i Caso e i Donati, spero che abbiate letto questo post.