Emet e Met sono due parole ebraiche. Una sola lettera separa la verità e la morte. I significati delle due parole.
Sento paragonare, in queste ore drammatiche e angoscianti, il Pakistan a un Golem, il gigante di argilla della tradizione ebraica.
Per far funzionare il Golem, una specie di "robot" ante litteram che ha il compito di difendere il popolo di Dio, occorre scrivergli sulla fronte Emet. Per fermarlo occorre scrivere Met, in altre parole cancellare la prima lettera (o sillaba, usando i caratteri ebraici). Verità =on, Morte=off.
In Pakistan, se vale la tesi del gigante d'argilla, è stato scritto ormai Met. Se così è, il gigante si è sbriciolato e il popolo di Dio torna a essere indifeso.
Il Pakistan è uno stato popoloso, con circa 150.000 di abitanti, a maggioranza musulmana. E' una delle sette potenze nucleari note (senza disturbare i "sospetti" Iran e Corea del Nord). Pare che sia dotato di una ventina di testate a corto-medio raggio, cioè può colpire sicuramente la confinante India, forse la più lontana Cina. O, rimanendo tra gli stati confinanti, l'Iran. Vale a dire uno dei possibili nemici della prossima fase della guerra globale.
All'assassinio di Benazir Bhutto, rivendicato da Al Qaeda ma di cui la Bhutto e i suoi familiari accusano direttamente il presidente Pervez Musharraf, sono seguiti e seguiranno disordini in tutto il paese. Altrimenti detto, la guerra civile è a un passo. Bhutto era appoggiata dagli Stati Uniti, primi sponsor del suo ritorno in Patria nello scorso ottobre, e della sua candidatura alle elezioni in programma all'inizio di gennaio, e probabilmente rinviande. Ergo, si andrà avanti con un Musharraf inviso agli Usa, che, responsabile o meno della morte della rivale, avrà l'arduo compito di prevenire la guerra civile. Musharraf nel 1999 è salito al potere anche grazie all'appoggio degli Stati Uniti, un appoggio che ora pare essere venuto meno del tutto. Ma Musharraf, ex capo di Stato maggiore dell'esercito pakistano, potrebbe adesso perdere il controllo dei generali (e dell'arsenale atomico), dato che i generali ci tengono a non perdere l'appoggio Usa.
Quindi, Musharraf non ha forzatamente il controllo della situazione. Quindi, i generali potrebbero pensare a un nuovo coup d'état per mantenere il controllo. In questo caso, però, l'Iran si sentirebbe maggiormente minacciato: confinerebbe, infatti, con una potenza atomica filo-Usa a Est e rimane a poche centinaia di chilometri da Israele a Ovest (un paese che, tra le altre cose, non si sottopone alle ispezioni relative al trattato di non proliferazione delle armi). Tralasciando quanto sta accadendo nei dintorni di Islamabad, come può la morte della Bhutto non affliggere Teheran?
Vi sono sostenitori della tesi che l'assassinio di John Fitzgerald Kennedy sia stato in qualche modo legato proprio all'armamento nucleare di Israele (è una dei punti sottolineati di Mordechai Vanunu, l'uomo che nel 1986 parlò per primo del nucleare di Israele e che ha pagato la sua rivelazione con 18 anni di carcere in Patria dopo un misterioso rapimento avvenuto a... Roma). Ora la questione di una Gerusalemme atomica non può non tornare in auge, proprio in relazione con la morte della Bhutto e con le tensioni che ne seguiranno.
L'argilla del Pakistan, il presunto Golem sostenuto dagli Stati Uniti, non c'è più. Una svolta totalmente religiosa di Islamabad non sarebbe raccomandabile, una svolta militarista nemmeno. Gli equilibri di un'intera regione si trovano in un equilibrio tremendamente delicato, ed è difficile illudersi che la prima sillaba della parola Emet non sia stata definitivamente spazzata via dalla morte di una donna di 54 anni. Tra l'altro, il Pakistan confina anche con l'Afghanistan, uno dei teatri della guerra attuale (anti Al Quaeda). Un altro dei fattori da tenere strettamente in considerazione.